"Il mio nome è Frank. Ho 40 anni, ma vivo da 7."
Il buio della stanza si dissolse con dolcezza, con la luce soffusa della lampada che iniziava ad inondare le pareti. Il suo viso prendeva forma nello specchio davanti al quale amava ripetere quelle parole. L'orologio a pendolo alla parete indicava col suo incedere le 4 del mattino. L'uomo iniziò ad allenarsi come faceva ogni giorno, da sempre. Il suo lavoro lo richiedeva. Terminate le flessioni, si preparò per uscire con estrema precisione e lentezza. Camicia bianca, cravatta rossa, vestito nero, cappotto lungo e cilindro. Diede uno sguardo alla finestra, prese il suo bastone nero con pomello rosso con sopra incisa la lettera R, e si avviò in strada. New York si stava ridestando con il sorgere del sole, e l'aria fredda accarezzava il volto compiaciuto dell'uomo. Occhi nero corvino, naso aquilino e baffi curati. Chiunque incrociasse il suo sguardo, perdeva la parola. I vicini gli portavano rispetto, spesso intimoriti dal suo aspetto austero. Tutti sapevano cosa facesse, ma non il perché. Da casa si diresse a piedi verso la nona strada, con passo sicuro e portamento fiero. Il suo cammino sembrava seguire un percorso già tracciato, ed immutabile. Arrivato davanti ad un bar francese con una insegna che recitava "Da Jolene", si fermò, e diede un'occhiata attraverso il vetro. Dall'interno si sentì urlare qualcuno, ed un giovane ragazzo corse ad aprire la porta. L'uomo si tolse il cilindro, accennò un saluto e si avviò verso un tavolo poco illuminato in fondo al locale, dove sedeva un uomo corpulento con capelli grigi ed aria trasandata.
"Ehi. Puntuale come sempre. Siediti."
"I miei ossequi."
"Mio caro Frank, il tuo ultimo lavoro è stato eseguito alla perfezione, sei il migliore nel tuo campo. Ricordo ancora quando sei arrivato qui, non eri nessuno Frank, non eri nessuno. Ti ho accolto tra le mie braccia, ti ho insegnato il mestiere, ti ho fatto diventare una persona rispettata. Non l'hai dimenticato vero?"
"No."
"Bravo, sei il mio orgoglio. Mi sento troppo vecchio e stanco, forse sta arrivando il mio momento. Questi malanni devono avermi ammorbidito troppo. Ho deciso di farti un regalo, il miglior regalo che potessi farti. Tieni, prendi questo foglietto, ci troverai scritto ciò che desideravi da sempre. Non dimenticarti di me Frank, io ti ho cresciuto come un figlio. Non dimenticarlo mai!"
"Grazie. Adesso devo portare a termine il lavoro più importante."
Frank prese il cilindro, lo indossò e si diresse lentamente verso l'uscita. Sapeva che questo sarebbe stato il loro ultimo incontro, e decise di donare un ultimo sguardo all'uomo seduto. Tornò a casa per prepararsi al suo nuovo lavoro, aprì il foglietto, lo fissò per qualche istante e infine lo distrusse. Ciò che aveva letto era stampato nella memoria.
Le 4 del mattino. La luce stavolta non si accese.
"Il mio nome è Frank. Ho 40 anni, ma vivo da 7. Sono un killer. Oggi morirò."
I preparativi furono più lunghi del solito, e fu pronto ad uscire alle 2 p.m. Si diresse in una zona della città che non conosceva, arrivando in un quartiere benestante. Si fermò davanti all'ultima villa della strada, dove era appena arrivato un fuoristrada. Scese dalla macchina un uomo distinto di mezza età.
"Andiamo nel garage."
L'uomo si girò di scatto, e capì tutto quando guardò negli occhi Frank. Non potè fare altro che eseguire il suo ordine. Entrati nel garage, chiusero la porta. Frank estrasse la pistola e chiuse gli occhi. L'uomo era nel panico più folle, ma riuscì a parlare.
"Ti imploro, risparmiami. Ho una splendida famiglia."
In quell'istante si rese conto che Frank non era solo. Nella mano destra stringeva la mano della bambina che aveva al suo fianco, che pronunciò parole solenni con voce atona.
"Tutto quello che amo scompare. Tutto quello che odio rimane. Meriteresti una morte peggiore, ma ti dimostro la mia clemenza."
Frank strinse il calcio della pistola, caricò il colpo, e sparò.
L'uomo si accasciò a terra e morì all'istante. In quel preciso momento la figura di Frank iniziò a dissolversi, riversandosi nel cuore della bambina, lì dove era nato.















Devious Comments
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ddo is unaetrina and is a ~retrocoin
grazie del commento
p.s. per il prossimo cercherò di non far passare troppo tempo, promesso
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walking in my shoes
bravo!
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ddo is unaetrina and is a ~retrocoin
Come racconto breve è perfetto dal mio punto di vista, salvo il finale forse un po' troppo precipitoso (per usare l'aggettivo di *dear-dead-ofelia, che ha colto nel segno).
Spero di leggere presto qualcos'altro allora!
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walking in my shoes
Sebbene questo possa sembrare una specie di difetto, a me invece è piaciuto proprio per questa sensazione di "tutto accade troppo velocemente per porvi rimedio", ed è forse alla base della vita di quest'uomo.
Il passaggio da Frank alla bambina racchiude il ciclo che si presenta con l'individuo del bar, che insiste molto sul fatto di averlo cresciuto, e termina nelle parole della bambina, come se lei fosse il seguito di Frank nel giorno in cui lo asseconda, e non un pargolo pieno di dubbi come potrebbe esserlo stato Frank fino a 7 anni prima.
Lo ritengo avvincente, come racconto breve mi è piaciuto molto e di primo acchitto i tempi mi sembrano giusti e non precipitosi, semmai al massimo si dilunga troppo la sua vestizione visto che non viene del tutto sfruttata nella storia.
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«Questo cane,è cane,un cane,buon cane,modo cane,cane per,tenere un cane,cane idiota,cane occupato,per cane,1 cane,cane minuto!» ...Ora leggi senza la parola "cane"
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walking in my shoes
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«Questo cane,è cane,un cane,buon cane,modo cane,cane per,tenere un cane,cane idiota,cane occupato,per cane,1 cane,cane minuto!» ...Ora leggi senza la parola "cane"
Bravissimo
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Can't rain forever...
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