"E' pazza. E' pazza."
L'isolata cittadina di Atimer, nello Yorkshire, contava poco più di cinquanta abitanti. L'inverno rigido, il vero inverno, era alle porte, con la neve pronta a cadere da un giorno all'altro e le famiglie in affanno per la raccolta del legname. Sopravvivere alle lunghe bufere senza aver messo da parte abbastanza viveri e legno era impensabile, ed impossibile. La curiosità del piccolo paese era l'organizzazione comunale, invariata da decenni ed ideata dall'inguaribile demagogo Stephens. Non esistevano elezioni dal momento che tutti i cittadini dai 40 anni in su diventavano sindaco a turno, cambiando ogni sei mesi. Al semestre successivo, il più anziano sedeva a capo della giunta comunale formata da tutti i restanti cittadini maggiorenni. Il tocco di folklore veniva dato dal repentino cambiamento del nome della piazza centrale, esercitato nei pieni poteri del sindaco. L'arzilla novantenne Patty Peterson era in carica da quasi quattro mesi, ed aveva dato all'ex Piazza Gregovic il nome dell'amato, glorioso, coraggioso - qui la signora avrebbe continuato all'infinito - e defunto marito. Così, la principale ed unica piazza del paese si chiamava, al momento, Piazza D. Mortensen, ed era il luogo dove i rari nuovi arrivati venivano accolti con una allegra festicciola. Nonostante i pochissimi abitanti, nuovi visitatori non erano mai stati visti di cattivo occhio, a causa dei precedenti positivi. Visto il passato, non c'era motivo di preoccuparsi, ad Atimer ci sarebbe stata sempre e solo brava gente, "grazie a Dio misericordioso" aggiungeva il sindaco Peterson.
Il 27 dicembre 1987 arrivò in paese la giovane coppia Steradis, accolta da tutti gli abitanti. Anna e Jack si presentarono con timidezza alla piccola folla in festa. I due avevano saputo di Atimer grazie ad un volantino pubblicitario trovato per terra nella loro vecchia città di Kons City. Da qualche mese, infatti, era morto il vecchio falegname Johnson, senza alcun erede. Si era così liberata una graziosa cascina che aveva bisogno di qualche piccolo ritocco a causa dell'incuria, ma che si sarebbe presto rivelata calda ed accogliente grazie all'invitante soggiorno, dove passare interi pomeriggi, sopiti davanti al camino. Il rito di benvenuto prevedeva qualche festone, un piccolo buffet, tanta birra, e non poche domande curiose. I due giovani rimasero comunque colpiti dall'accoglienza ricevuta e sembravano felici di aver trovato un'occasione simile. Pace e tranquillità erano ciò che di meglio potesse offrire Atimer.
L'inverno finì in fretta per Jack ed Anna a causa del tempo passato ad arredare la casa, e a renderla confortevole per persone che vengono dalla città. Nel frattempo, fecero conoscenza con tutti i cittadini, che si erano subito fatti una buona idea della coppia. Passavano i mesi, e la primavera si affacciava con timidezza, facendo fiorire gli alberi lì dove fino a poco tempo prima la neve aveva trovato rifugio.
Fuori dal bar Esdar, all'entrata della piazza Wishes - ex Mortensen, il sindaco era cambiato - sedevano i due vecchi amici John e Brian. Si erano da poco reincontrati dopo la lunga assenza del secondo per motivi di lavoro. Brian aveva fatto giusto in tempo a veder arrivare la nuova coppia prima di partire e ne stava giusto parlando con John, per farsi aggiornare sugli avvenimenti dell'inverno.
- Allora? Che mi dici di quei due nuovi? A me sembrano brava gente.
- Oh sì, credo sia così. Sai tutti noi li abbiamo conosciuti, ma li vediamo poco in giro.
- E cosa ne pensate? C'è qualcosa di interessante che mi sono perso?
- Mah, c'è qualcosa che non ci convince. Sai, la moglie...
In quel momento i due videro passare Anna Steradis in piazza con un passeggino blu, e si tolsero il cappello in segno di saluto.
- Buonasera signora Anna.
- Buonasera a voi. Bentornato signor Grey, tutto bene?
- Certo signora, i miei ossequi.
La donna sorrise e si allontanò con passo veloce, mentre i due amici rimisero il cappello sulle loro teste canute.
- E' pazza. E' pazza - sussurrò John senza farsi sentire da Brian.
- Ma non sapevo avessero un figlio. Non l'avevo visto quando sono arrivati.
- Infatti... ma ora si è fatto tardi, te lo racconterò un'altra volta. Devo andare.
- Boh, sei diventato strano John, fai come vuoi. Ciao.
- Ciao Brian, mi farò perdonare dai.
Dopo una mezz'ora, Anna era di ritorno a casa dalla breve passeggiata. Ad aspettarla c'era Jack, seduto sulla poltrona di fronte al camino con un quotidiano in mano. Dopo aver dato un lieve bacio al marito, la donna si avviò nell'altra stanza per cambiarsi. Nel frattempo, parlava ad alta voce per farsi sentire nel soggiorno.
- Sai che è tornato il signor Grey? L'ho incontrato prima quando sono passata in piazza.
- Sì, l'ho visto stamattina.
- Sai amore, stavo pensando che potremmo dare un fratellino ad Asia un giorno.
Jack sospirò a lungo.
- Jack? Perchè non rispondi?
- Tesoro, per favore...
Anna finì di cambiarsi e si avviò in soggiorno per sedersi accanto al marito ed appoggiò la testa sulla sua spalla. Tra le braccia aveva una coperta.
- Amore, sono preoccupata per Asia. Guardala, non pensi che non cresca? Sembra che sia sempre uguale.
Jack tirò un altro sospiro e si alzò in piedi di scatto, di fronte alla donna.
- Anna, guardami negli occhi. Tu devi accettarlo!
- Ma che stai dicendo? Ti senti bene?
- Anna, non è possibile che tu non ricordi nulla. Non è possibile che tu non ti accorga di cosa stringi fra le braccia. Abbiamo scelto di venire qui per stare in tranquillità nella speranza che ti riprendessi. Stai solo peggiorando!
- Tu farnetichi! Non capisco di cosa stai parlando.
Jack prese per il braccio Anna e la fece alzare, stringendo le sue braccia fra le mani e scuotendola.
- Amore, devi accettarlo. Asia non c'è. Non c'è più!
- E' qui! Non la vedi?
- NO!
Lo scatto dell'uomo fece tremare la donna, che lasciò la presa, allargando le braccia. La disperazione saliva negli occhi di Anna, incapace di urlare mentre un rumore assordante invadeva la stanza ed il vetro si riduceva a piccoli frammenti. Migliaia di pezzetti erano lì per terra a ricordare uno strano pezzo d'arte di vetro che un tempo doveva somigliare ad una neonata. I frammenti, ed un cuore. Il cuore dell'opera, sempre di vetro, si era salvato chissà come, e giaceva a terra mentre la donna iniziò ad urlare in modo spaventoso, e poi continuò con un pianto feroce. Jack era spaventato ed incapace di scegliere cosa fare in quella situazione. Dopo interminabili minuti Anna iniziò ad emettere lamenti che avevano le sembianze di parole sempre identiche.
- L'ho uccisa. L'ho uccisa. L'ho uccisa...
La giovane donna passò giornate intere chiusa nella sua stanza senza che il marito avesse il coraggio di entrare a parlarle. Dopo una settimana, Jack si decise a prendere in mano a modo suo la situazione, come non era mai stato in grado di fare. Trovò la donna che continuava a ripetere le stesse parole.
- Tu non hai ucciso nessuno... per favore apri gli occhi, non si può più continuare così. Tu andrai in clinica, così come dovevamo fare già da tempo. Devi guarire. Ci andiamo subito!
Jack ed Anna andarono di corsa in macchina, tra lo stupore dei cittadini, che avevano la sensazione che non li avrebbero mai più rivisti.
Si diressero verso la loro città natale Kons City, per poi andare ad Insarby, città nota per la clinica di salute mentale dove si diceva avessero recuperato anche i casi più disperati. L'uomo pensava che qualche seduta dallo psicologo non sarebbe bastata, decidendo così di sottoporre la donna ad un altro trauma quale il ricovero. Le proteste di Anna non servirono a niente, e dovette rassegnarsi a passare lì qualche mese della sua tormentata vita. Mentre le infermiere accompagnavano la donna nella sua stanza, Jack parlava con il dottore che l'aveva accolto.
- Dottore, mia moglie è un caso grave.
- Ne vediamo tanti qui, non si preoccupi. Cos'è successo?
- Vede, l'anno scorso abbiamo perso nostra figlia Asia poche ore dopo la sua nascita. Ci sono state delle complicazioni e non ce l'ha fatta a sopravvivere. Anna non è riuscita ad accettarlo, e da quel momento aveva iniziato a curare come fosse davvero sua figlia una specie di bimba di vetro. Credo sia diventata del tutto pazza. La trattava come fosse vera! Non so più che pensare.
- Ci sarà tanto da lavorare signor Steradis. Faremo del nostro meglio comunque. Le consiglio di venirla a visitare una volta a settimana e non di più.
- Ma... va bene dottore... grazie.
La giovane trascorreva le giornate in rigoroso silenzio, vagando con le pupille degli occhi verso ricordi e fantasie inesplorabili. Intanto le venivano somministrati gli psicofarmaci ed iniziavano le sedute di psicanalisi, dove si svolgeva sempre un monologo dello psicanalista senza trovare risposte. Ogni settimana, il marito andava a trovarla senza scambiare una parola. I due si guardavano in faccia per due ore, e poi lui andava via. L'unico conforto per Anna era una scatola portata via dalla cascina che custodiva gelosamente. Nessuno ne conosceva il contenuto, era il suo piccolo rifugio segreto.
Passavano i mesi, scanditi ogni settimana dalle visite del marito, ed Anna migliorava con lentezza. Le sedute sul lettino iniziavano ad essere un lento scambio dove il dottore raccoglieva con avidità i pensieri della donna. Il giorno in cui, secondo lo psicanalista, la giovane donna era sulla strada giusta per guarire ed aveva quindi accettato la scomparsa della figlia, era il 1 settembre 1988. Una stanza con pareti chiare, qualche quadro falso appeso alla parete, la tenda davanti alla finestra, ed un timido fascio di luce che indugiava sul volto bianco ceramica di Anna. La luce metteva in risalto gli splendidi occhi azzurri della donna, anche se ormai privi della scintilla vitale. Il corpo esile era disteso sul lettino, affianco alla poltrona dello psicanalista, con gli occhiali inforcati sul naso e la penna pronta a vomitare interpretazioni sommarie di parole incomprensibili ad un dottore.
- Cosa mi sa dire dell'8 ottobre dello scorso anno? Cosa ricorda?
- Dottore, pensa che io sia pronta per quel giorno? E' audace lei.
- Signora Steradis... per favore si concentri sulla domanda. Ci provi.
- Cosa vuole che le dica. Avevo da nove mesi in grembo mia figlia Asia. La mia amata figlia.
- Bene, è nata la piccola Asia. E poi?
- E poi ho dormito non so quanto. Mi sono svegliata, ed ero vuota. Vuota e sola. Inerme dinanzi al giudizio del Fato.
- Questo è normale, tutte le donne si sentono così dopo il parto. Vada avanti.
- Ma cosa vuole saperne lei di come si sentono le donne, e di come mi sia sentita io. Mi prende in giro? Se vuole vedere se ho accettato la morte di mia figlia le dico di sì, così la finiamo con questa farsa. Io me ne faccio una ragione, perché è questo che volete tutti e che mi ripetete da mesi, e lei è felice di aver risolto un caso disperato.
- Si calmi. Non la prendo in giro. E' importante che lei lo accetti. Ma, vede... ora le dico una cosa più da uomo che da dottore. Io credo che nonostante la scomparsa di sua figlia, voi due rimarrete sempre un'unica cosa. Asia sarà sempre dentro di lei.
Anna sorrise beffarda e disse:
- Ha ragione sa? Ha proprio ragione.
Un mese dopo quella seduta, i dottori decisero che la signora Steradis era pronta per lasciare la clinica, e tornare ad una vita normale. Chiamarono il marito, che corse a prenderla, eccitato dalla buona notizia. Jack accompagnò Anna, la quale aveva sempre tra le mani la sua preziosa scatola, alla vecchia casa di Kons City. L'ipotesi di tornare a Atimer era stata scartata per la curiosità che avrebbe avuto la gente. In questo caso, la città si sarebbe rivelata più tranquilla. I cittadini avrebbero comunque continuato a parlarne e a fantasticare per sempre.
I primi giorni passarono con serenità, e Jack aveva la sensazione che i medici avessero fatto un miracolo. Aveva al fianco una donna provata e di poche parole, ma era felice che non parlasse più con un pezzo di vetro. I dottori gli avevano detto che sua moglie aveva ormai accettato la scomparsa della figlia, e lui ne era entusiasta.
L'8 ottobre 1988, Jack si avviò al lavoro di primo mattino come era sua abitudine. Prima di uscire, baciò la moglie sulle labbra e le accarezzò il viso. Anna decise di regalarsi un rilassante bagno caldo ed una cioccolata calda. Quando il sole era ormai alto, si avviò verso il suo armadio. Sotto una pila di vestiti, era riposta con cura la scatola che si era portata dietro dalla cascina di Atimar. La mise sul tavolo in soggiorno, e la aprì con lentezza e solennità. I raggi di sole illuminarono i frammenti di vetro che erano dentro la scatola. Sopra i pezzetti, giusto al centro, c'era il cuore.
Anna prese una scheggia appuntita con la mano sinistra, e la mise davanti al suo occhio per vederci attraverso. L'azzurro dei suoi occhi brillava nel sole feroce di mezzogiorno. Mise il braccio destro sulla scatola, in attesa del prossimo movimento.
La scheggia iniziava a penetrare nelle vene del polso, quando il sangue iniziò a gocciolare all'interno della scatola.
"Asia, io e te siamo un'unica cosa. Siamo solo io e te adesso, è meraviglioso."
Mentre la vita di Anna si spegneva, il sangue si riversava sul cuore di vetro, divenuto ormai rosso. E pulsante.















Devious Comments
Come ai vecchi tempi.
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"And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth."
Raymond Carver
Innanzi tutto sono un pò commosso. Scritturacreativa 'tempio della parola'? Addirittura?
Io l'ho visto sempre come il tendone di un circo dove si andava per divertirsi e dove ognuno faceva un pò quello che preferiva fare. Chi il domatore, chi l'acrobata, chi il pagliaccio. In un certo senso per me scritturacreativa non è mai finita. Nel senso che continuo a fare quelle cose, ma fuori di qui. In questo senso mi manca meno che a voi.
Non penso riaprirà i battenti, voglio essere sincero. Ma non è questo il punto. Il punto è che voleva essere un'occasione, un impulso per spingere persone come te a scrivere. A prenderci gusto. A continuare a scrivere e, inevitabilmente, a migliorare. Lo dimostra anche questo racconto.
Continua così.
Ogni giorno una pagina. Ogni giorno un pò meglio. E poi chissà. Magari qualcuno comincerà a prenderci sul serio.
Un abbraccio fraterno.
Luigi/Morgan
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"And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth."
Raymond Carver
Grazie di tutto.
Bart
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walking in my shoes
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"And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth."
Raymond Carver
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Can't rain forever...
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walking in my shoes
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Can't rain forever...
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